Società e istruzione
Stiamo educando peggio i nostri figli?
I dati non dimostrano che i bambini di oggi siano peggiori. Mostrano però una trasformazione profonda dell'autorità, dell'attenzione e del nostro modo di educare.
«Una volta queste cose non succedevano.»
Lo pensiamo quando un bambino corre in un ristorante, un adolescente non alza gli occhi dal telefono o un insegnante deve interrompere la lezione per ottenere silenzio. Dietro questa impressione c’è una convinzione sempre più diffusa: i bambini ricevono meno limiti, tollerano peggio la frustrazione e rispettano meno l’autorità.
I dati, però, obbligano a sfumare questo giudizio. PISA mostra problemi importanti di attenzione e disciplina, soprattutto in relazione ai dispositivi digitali; TALIS rileva che gli insegnanti dedicano più tempo a mantenere l’ordine. Ma la stessa OCSE osserva che, in media, il clima disciplinare è migliorato tra il 2012 e il 2022, e decenni di ricerca sugli stili educativi non suggeriscono affatto di tornare al modello autoritario.
Forse, allora, stiamo formulando male la domanda. Il cambiamento più profondo potrebbe non essere che abbiamo smesso di educare i nostri figli, ma che stiamo ancora imparando a esercitare l’autorità dopo l’autoritarismo.
Nelle classi c’è un problema. Questo possiamo misurarlo.
PISA 2022 ha chiesto agli studenti di 15 anni che cosa accade durante le lezioni di matematica.
Grafico 1
Che cosa succede durante le lezioni di matematica?
Percentuale di studenti che afferma che la situazione si verifica nella maggior parte o in tutte le lezioni.
| Non ascoltano l'insegnante | |
|---|---|
| Spagna | |
| Italia | |
| OCSE | |
| Non riescono a lavorare bene | |
| Spagna | |
| Italia | |
| OCSE | |
| Si distraggono usando dispositivi digitali | |
| Spagna | |
| Italia | |
| OCSE | |
| Si distraggono per i dispositivi degli altri | |
| Spagna | |
| Italia | |
| OCSE | |
Fonte: OECD, PISA 2022
In Spagna quasi quattro studenti su dieci affermano che, nella maggior parte delle lezioni, gli alunni non ascoltano l’insegnante. In Italia spicca un altro dato: il 38% dichiara di distrarsi utilizzando dispositivi digitali. Esiste dunque un problema reale di attenzione e disciplina, ma questi numeri non dimostrano che in passato gli studenti si comportassero meglio.
Quando l’OCSE confronta il 2012 con il 2022 emerge, anzi, un risultato poco compatibile con l’idea di un continuo deterioramento della disciplina: in media il clima disciplinare è migliorato, e lo stesso è avvenuto in circa un terzo dei sistemi educativi analizzati.
L’indice PISA sintetizza diverse domande. La serie ufficiale del grafico seguente misura la percentuale di studenti secondo cui ciascun problema non si verifica mai o quasi mai; qui, quindi, un valore più alto indica una situazione più favorevole.
Grafico 2
Gli studenti si comportano peggio? Dieci anni non raccontano una storia sola
Percentuale media OCSE di studenti che afferma che la situazione non si verifica mai o quasi mai nelle lezioni di matematica.
| Indicatore | 2012 | 2022 | Var. (pp) |
|---|---|---|---|
| Non ascoltano l'insegnante | 20,0% | 22,1% | +2,1 pp |
| C'è rumore e disordine | 26,1% | 27,0% | +0,9 pp |
| L'insegnante aspetta molto perché ci sia silenzio | 34,5% | 35,2% | +0,8 pp |
| Gli studenti non riescono a lavorare bene | 36,1% | 34,6% | −1,5 pp |
| Gli studenti impiegano tempo per iniziare a lavorare | 36,2% | 36,0% | −0,2 pp |
| 0% 40% | |||
Fonte: OECD, PISA 2012 e PISA 2022, tabella II.B1.3.12 dell'allegato B1 del Volume II
Serie ufficiale OCSE per il confronto 2012-2022. Misura l'assenza del problema: un aumento indica quindi un miglioramento del clima disciplinare.
Neppure i cinque indicatori raccontano una storia uniforme. Tre migliorano: non ascoltare l’insegnante passa dal 20,0% al 22,1%, rumore e disordine dal 26,1% al 27,0% e l’attesa necessaria a ottenere silenzio dal 34,5% al 35,2%. Gli altri due peggiorano leggermente: riuscire a lavorare bene passa dal 36,1% al 34,6%, mentre il tempo necessario per iniziare a lavorare rimane praticamente invariato (36,2% contro 36,0%).
Non siamo di fronte a una semplice storia di peggioramento o miglioramento. Ciò che è cambiato radicalmente è l’ambiente nel quale nasce la distrazione: lo studente che parlava con il compagno o guardava fuori dalla finestra esiste ancora, ma oggi porta in tasca un accesso immediato a conversazioni, musica, giochi, video e social network.
L’elefante digitale
Circa uno studente OCSE su tre dichiara di distrarsi usando dispositivi digitali durante la maggior parte o tutte le lezioni di matematica. PISA rileva inoltre un’associazione importante con il rendimento: gli studenti che dichiarano di distrarsi a causa dei dispositivi degli altri compagni almeno in alcune lezioni ottengono, in media, 15 punti in meno in matematica rispetto a chi afferma che ciò non accade quasi mai, anche tenendo conto del profilo socioeconomico degli studenti e delle scuole.
Questo non significa che il telefono sia direttamente responsabile di quei 15 punti. Uno studente in difficoltà può ricorrere più spesso al telefono, il telefono può ostacolare l’apprendimento e i due meccanismi possono rafforzarsi a vicenda. La relazione esiste; la causalità è più complessa.
La tecnologia ha trasformato anche qualcosa di meno visibile: il nostro rapporto con l’attesa. Un tempo ci annoiavamo alla fermata dell’autobus, in una sala d’attesa o durante un viaggio; oggi uno schermo offre intrattenimento immediato. Quei momenti apparentemente inutili costringevano ad aspettare, rimandare una gratificazione, trovare qualcosa da fare e gestire una piccola frustrazione. Sono proprio alcune delle capacità che poi chiediamo ai nostri figli.
Nemmeno noi adulti siamo estranei a questo ambiente. Guardiamo il telefono mentre aspettiamo e interrompiamo una conversazione quando arriva una notifica. Sarebbe troppo comodo diagnosticare nei bambini un problema al quale partecipiamo anche noi.
Comprendere l’ambiente tecnologico, però, non elimina la responsabilità degli adulti. Un telefono non decide se entra nella camera di un bambino, se resta a tavola durante la cena o quando deve essere spento. Durante l’infanzia qualcuno deve prendere queste decisioni, e quel qualcuno è l’adulto. Possiamo capire perché un adolescente voglia restare connesso e, allo stesso tempo, mantenere il limite che abbiamo stabilito.
Che cosa dicono gli insegnanti
TALIS offre un’altra prospettiva perché chiede direttamente agli insegnanti che cosa accade nelle loro classi.
Grafico 3
Quanto tempo della lezione viene dedicato a mantenere l'ordine?
Tempo dedicato a mantenere l'ordine
percentuale del tempo di lezione
- 2018
- 13%
- 2024
- 16%
≈ 10 min di ogni ora di lezione
Stress legato alla disciplina
- Docenti OCSE
- 45%
- Docenti alle prime armi
- 55%
Spagna — Forte bisogno di formazione
- Docenti
- 21%
- Docenti alle prime armi
- 32%
Fonte: OECD, TALIS 2024
In una lezione di 60 minuti, il 16% equivale a circa 10 minuti.
Tra il 2018 e il 2024 il tempo dichiarato per mantenere l’ordine è passato dal 13% al 16%: quasi dieci minuti di una lezione di un’ora. Il 45% degli insegnanti considera la disciplina una fonte importante di stress, percentuale che sale al 55% tra chi è all’inizio della carriera. In Spagna, il 21% dichiara un forte bisogno di formazione nella gestione del comportamento degli studenti; tra i docenti alle prime armi è il 32%.
Questo non contraddice PISA. Le due indagini misurano aspetti diversi, riguardano popolazioni e periodi differenti e non possono essere sovrapposte come se fossero un unico termometro. Insieme suggeriscono una conclusione più prudente: non abbiamo prove di un continuo declino generazionale, ma abbiamo segnali che gestire una classe stia diventando più impegnativo.
All’insegnante chiediamo inoltre molto più di quarant’anni fa: seguire ritmi di apprendimento differenti, integrare bisogni educativi speciali, gestire diversità culturale e linguistica, utilizzare la tecnologia, individuare problemi emotivi, personalizzare, valutare, documentare e dialogare con le famiglie. I dieci minuti dedicati all’ordine possono riflettere comportamenti difficili, ma anche una scuola considerevolmente più complessa.
Dall’autorità all’autoritarismo
Anche la famiglia è cambiata. Per buona parte del Novecento il rapporto tra genitori e figli è stato più gerarchico: l’adulto decideva e il bambino obbediva, all’interno di un modello che poteva comprendere percosse, umiliazioni, minacce e un’obbedienza quasi indiscutibile. Abbandonare queste pratiche è stato un progresso. Il rischio è confondere autoritarismo e autorità.
Una metanalisi di Martin Pinquart ha raccolto 1.435 studi sugli stili genitoriali e i problemi comportamentali. Il calore affettivo, un’autonomia adeguata all’età e un ragionevole controllo del comportamento risultavano associati a meno problemi; il controllo duro o psicologico, la permissività e la trascuratezza a un numero maggiore. Le dimensioni degli effetti sono in genere piccole e parliamo di associazioni, non di una formula causale: genitori e figli si influenzano reciprocamente.
Grafico 4
Che cosa dice la ricerca sugli stili educativi?
Associato a Meno problemi di comportamento
- Affetto
- Limiti
- Supervisione
- Autonomia progressiva
Associato a Più problemi di comportamento
- Controllo duro o psicologico
- Permissività
- Trascuratezza
Fonte: Pinquart, Developmental Psychology, 2017
Metanalisi di 1.435 studi. Si tratta di associazioni di entità generalmente piccola; il rapporto tra comportamento dei figli e stile genitoriale può operare in entrambe le direzioni.
Le evidenze non ci chiedono di recuperare la paura, ma neppure di rinunciare ai limiti. La combinazione più compatibile con meno problemi di comportamento è più esigente: affetto e autorità nello stesso tempo.
Genitori assenti o troppo presenti?
Un altro luogo comune sostiene che un tempo i genitori fossero più presenti nella vita dei figli. Le migliori serie storiche disponibili provengono dagli Stati Uniti e non possono essere trasferite automaticamente all’Italia o alla Spagna, ma permettono almeno di mettere alla prova questa affermazione.
Tra i padri sposati statunitensi con figli minori di 18 anni in casa, il tempo settimanale dedicato direttamente alla cura dei figli è passato da 2,6 ore nel 1965 a 7,2 nel 2011; tra le madri sposate dello stesso gruppo, da 10,6 a 14,3 ore. Non descrive l’Europa di oggi, ma mette in discussione l’idea che la modernizzazione della famiglia comporti necessariamente meno attenzione ai figli.
In alcuni ambienti il problema potrebbe essere persino opposto: una presenza così intensa che qualsiasi disagio del figlio diventa qualcosa che l’adulto sente di dover risolvere. Si annoia e lo intratteniamo; perde e interveniamo; ha un conflitto e proviamo a risolverlo; prende un brutto voto e cerchiamo immediatamente una spiegazione. Ogni intervento, preso singolarmente, può essere ragionevole. Il problema nasce quando tutti insieme formano un modello che trasmette, senza volerlo, l’idea che se qualcosa è spiacevole qualcuno dovrebbe eliminarlo.
La frustrazione, invece, fa parte della vita. Aspettare il proprio turno, perdere una partita, ricevere un voto peggiore del previsto, non essere invitati o sentirsi dire di no non sono esperienze piacevoli, ma non sono necessariamente dannose. Educare non significa creare difficoltà artificiali; forse significa semplicemente non eliminare tutte quelle che si presentano.
Neppure l’educazione emotiva richiede di trasformare ogni emozione in una decisione. Un bambino può essere arrabbiato senza avere il diritto di colpire; può sentirsi frustrato senza che l’adulto debba cambiare criterio; può piangere perché gli abbiamo tolto il telefono e il telefono può restare dov’è. Riconoscere un’emozione non significa legittimare qualsiasi comportamento che ne derivi.
Il bambino ha diritto di essere bambino. L’adulto ha il dovere di essere adulto.
Anche noi adulti potremmo essere diventati meno tolleranti verso comportamenti del tutto normali nell’infanzia. Un neonato che piange in aereo, un bambino di tre anni che si alza durante un pasto o una bambina che parla troppo forte non sono necessariamente maleducati. I bambini piccoli stanno ancora imparando a controllare i propri impulsi, e una società che li accetta soltanto quando rimangono immobili e silenziosi ha anch’essa qualcosa da rivedere.
Riconoscere una spiegazione legata allo sviluppo non significa però che l’adulto debba disinteressarsi. Un bambino che continua a colpire il sedile davanti mentre i genitori guardano il telefono pone una situazione diversa. La differenza non sta soltanto in ciò che fa il bambino, ma in ciò che fa l’adulto.
I genitori non possono garantire che i figli non disturbino mai. Possono però intervenire, spiegare, correggere, distrarre quando è opportuno, allontanare temporaneamente il bambino se necessario, chiedere scusa e mantenere un limite anche quando provoca una reazione spiacevole.
Forse una parte essenziale dell’educazione contemporanea non consiste soltanto nell’insegnare ai bambini a tollerare la frustrazione, ma nel fatto che noi genitori impariamo a tollerare la frustrazione dei nostri figli. Che un figlio sia arrabbiato non significa necessariamente che abbiamo sbagliato.
A CONTI FATTI
Quello che sappiamo
Nelle classi esistono problemi reali di attenzione e disciplina. In Spagna, il 38% degli studenti PISA afferma che gli alunni non ascoltano l’insegnante nella maggior parte delle lezioni di matematica; in Italia è il 33%.
La distrazione digitale è rilevante. Il 30% degli studenti OCSE dichiara di distrarsi con dispositivi digitali nella maggior parte o in tutte le lezioni di matematica; in Spagna è il 33% e in Italia il 38%.
Gli insegnanti dichiarano di dedicare più tempo a mantenere l’ordine. Nei sistemi comparabili di TALIS si è passati dal 13% del tempo di lezione nel 2018 al 16% nel 2024.
I limiti contano. Affetto accompagnato da supervisione, limiti e autonomia progressiva si associa a meno problemi di comportamento; controllo duro e permissività non offrono un’alternativa migliore. Gli effetti osservati sono, in generale, piccoli.
Quello che non sappiamo
Non possiamo affermare che i bambini di oggi siano educati peggio di quelli di quarant’anni fa: non esiste una serie storica comparabile capace di misurare qualcosa di tanto ampio quanto la «buona educazione». Non possiamo neppure sostenere che l’educazione rispettosa abbia prodotto una generazione incapace di accettare limiti, attribuire l’indisciplina esclusivamente agli smartphone o affermare che un tempo i genitori dedicassero necessariamente più tempo ai figli.
Allora, stiamo educando peggio?
A conti fatti, non possiamo dimostrarlo. I dati descrivono problemi reali, ma non una generazione di bambini peggiori né una generazione di genitori incompetenti. Descrivono piuttosto una transizione: abbiamo progressivamente abbandonato un modello fondato sulla gerarchia, sull’obbedienza e, troppo spesso, sulla paura, mentre stiamo ancora imparando quale forma di autorità debba sostituirlo.
In questa transizione convivono una tecnologia straordinariamente potente, classi più complesse, messaggi contraddittori sui limiti e un’aspettativa difficile da conciliare: vogliamo bambini autonomi, creativi ed emotivamente sani, ma anche capaci di convivere con regole, frustrazioni e bisogni altrui.
L’alternativa non è tra tornare al «perché lo dico io» e rinunciare a decidere. È ascoltare senza assecondare ogni richiesta, proteggere senza eliminare ogni difficoltà, aiutare senza risolvere tutto, concedere autonomia senza scomparire e porre limiti senza umiliare.
Il bambino ha diritto di piangere, arrabbiarsi, annoiarsi, sbagliare e protestare. Proprio perché non è ancora adulto ha bisogno di incontrare adulti capaci di ascoltare, proteggere, decidere e sopportare qualcosa che a volte è straordinariamente difficile: che il proprio figlio sia arrabbiato con loro.
Possiamo comprendere quella rabbia, accompagnarla e continuare ad amarlo esattamente allo stesso modo. E possiamo mantenere la nostra decisione.
Forse una parte dell’autorità che pensavamo di aver perduto si trova proprio qui: guardare un figlio che amiamo, capire ciò che prova e riuscire a dirgli con calma:
«Ti capisco. Ma no.»
Fonti principali
- OECD. PISA 2022 Results, Volume II: Learning During — and From — Disruption, cap. 3, «Life at school and support from home»; serie per indicatore nella tabella II.B1.3.9 e confronto 2012-2022 nella tabella II.B1.3.12, allegato B1.
- OECD. Learning time and disciplinary climate — indice del clima disciplinare e confronto 2012-2022.
- OECD. PISA 2022 Results (Volume I and II) — Country Note: Spain.
- OECD. PISA 2022 Results (Volume I and II) — Country Note: Italy.
- OECD. Results from TALIS 2024: The State of Teaching, cap. «The demands of teaching».
- OECD. Results from TALIS 2024 — Country Note: Spain.
- Pinquart, M. (2017). Associations of Parenting Dimensions and Styles With Externalizing Problems of Children and Adolescents: An Updated Meta-Analysis. Developmental Psychology, 53(5), 873—932. doi:10.1037/dev0000295.
- Pew Research Center (2013). Modern Parenthood: Roles of Moms and Dads Converge as They Balance Work and Family, cap. 5, «Americans’ Time at Paid Work, Housework, Child Care, 1965 to 2011».
Articolo da cui è nato questo approfondimento
- Huertas Vieco, M. (2026). Niños maleducados y padres que no saben criar: una afirmación que merece ser revisada. El País, 21 agosto 2026.